Posso affermare senza alcun dubbio che questo sia un aprile particolarmente bagnato. Piove da giorni. Forse da settimane. O addirittura da mesi. E quasi senza sosta. Sembra che duri da anni. Non staremmo mica diventando un paese tropicale a clima monsonico? Ci manca la barriera corallina purtroppo. La pioggia incessante non è così terribile come si possa pensare. La pioggia è vita. È pulizia. E mi piace l’effetto dei colori saturi dati dal cielo plumbeo. Mi fa pensare all’Inghilterra, alla Scozia. Ai paesi del nord Europa. Così semplici, fiabeschi, civili. C’è un non so che di minimalista nei paesaggi nordici. E poi mi fanno sognare Elfi, Fate, streghe. E mi viene in mente il libro delle Fate che mi regalò Franco, l’architetto, alle elementari. È stato uno di quei libri che m’ ispirò per decenni. Illustrazioni realistiche ma fantastiche. Quante volte l’ho sfogliato. Quante volte ho sognato di incontrare una Fata o di essere un’ Elfo.
Per Ale invece non è così. Lui è meteoropatico. Un giorno di pioggia basta a farlo sentire depresso. Non sa leggere l’altra faccia della medaglia. Lo dico sempre che c’è il lato positivo in ogni situazione. Basta cambiare prospettiva.
- Oddio! i panni stesi -
Esco di corsa in balcone a ritirare il bucato e l’odore di terra umida mi invade i sensi.
- Devo ricordarmi di comprare l’ammorbidente. È quasi finito. Lo scriverò sul frigo -
Un lampo. Sento sulla testa enormi goccioloni freddi, lenti, pesanti, cadono con vigore. Ecco. Tuona. Meglio finire in fretta e chiudere la finestra, con la mia bronchite! E neanche il tempo di finire la frase che un brivido mi scorre lungo la schiena. Un colpo di tosse. Mi scuote il petto e l’anima.
Preparo una tisana calda. Si, è decisamente clima da tisana, da camino acceso, da bagno bollente con idromassaggio incluso. Se non fosse che stamattina ho già fatto la doccia.. pigra. Monica sei pigra.
Eppure è primavera. Me le ricordo più calde ed assolate però le primavere. I primi gelati. Enormi gelati. Quando ero piccola spendevo ben 200 lire per un cono gelato enorme. All’inizio c’erano solo pochi gusti: fragola, limone, pistacchio, cioccolata. Non credo altro. O forse fior di latte. Non ricordo con precisione. La scelta di certo era limitata.
- Per me fragola e pistacchio -
- vuoi la panna? -
- si si -
La panna non può certo mancare. L’unico neo è l’odore sgradevole di latte rancido che ti lascia sulle labbra, sui baffi. Ma era risolvibile con un bel pezzo di pizza al taglio. Margherita. Adoro il salato dopo il dolce. Vicino alla mia gelateria preferita, su via Tuscolana (lato Upim), c’era una pizzeria da asporto. Piccola. Salivi tre gradini. Un profumo. Dovevi fare la fila. E quando arrivava il tuo turno eri emozionato. La pizza era fantastica. Non troppo fina e non troppo alta, crocchiante e leggera, un pochino abbrustolita sulla crosta e ricolma di mozzarella filante. Non potevi fartela piegare in due ed incartare sennò ritrovavi la mozzarella tutta ammucchiata in fondo al cartoccio. Dovevi mangiartela stesa. Aperta. E mi bruciavo spesso il palato per ingordigia. Fantastica. Ma era sempre un dramma quando per merenda mi costringevano a scegliere tra il gelato e la pizza.
- Tutte e due No. o la pizza o il gelato. Scegli. Sennò poi diventi cicciona. -
Caspita che dilemma. Ma io faccio nuoto tre volte la settimana. Non divento cicciona. Uffa. E se sceglievo il gelato poi passavo sconsolata vicino la pizzeria. Se sceglievo la pizza avevo sete e una voglia irrefrenabile di gelato. Poi all’improvviso sempre su via Tuscolana ha aperto una gelateria enorme che mise in vendita gusti nuovi e incredibili. Forse ancora è lì. Iniziò una nuova era per il gelato. Che festa. Ma forse era anche l’inizio delle cartine ed il gelato pian piano perse il suo meraviglioso sapore artigianale. Aumentarono i prezzi. Un cono 500 lire. E pian piano col tempo le dimensioni diventavano più misere in un gioco capitalistico per me incomprensibile. Assaggiai gusti nuovi come zabaione, puffo, mora, fico, un’esplosione di sapori. Un’esplosione di coloranti chimici. Finché un giorno grazie all’ordinazione di un’amica scoprii cosa significasse “doppia panna, sotto e sopra”. Cacchio, a saperlo prima. Mi sono persa anni di doppia panna. Da quel giorno usai questa frase per anni. E la mia primavera diventò la stagione dal cono gelato con doppia panna. E la pizza per un po’ passò al secondo posto.
Ad Aprile poi avevo il mio solito calo nell’apprendimento. Soprattutto in fase adolescenziale. La voglia irrefrenabile di uscire, di giocare. Di flirtare ed innamorarmi anche solo per un giorno. Andava sempre così. Dopo la pagella del primo quadrimestre tornava a galla la mia pigrizia, il mio rifiuto alla scuola, alle regole. E poi disegnavo, disegnavo, disegnavo. Incessantemente, su qualsiasi supporto. Come si fa a iscrivere a Ragioneria una bambina che è portata per le lingue e per l’arte? Una bambina che disegna sempre su qualsiasi cosa dall’asilo. Anche sulla carta-igienica, sul banco in classe, sul muro, sui sassi, sui jeans, sui libri di scuola, col cibo nel piatto.
- non si gioca col cibo ! -
- uffaaaaaa -
- e stai dritta a tavola sennò ti viene la schiena storta -
- siiii -
Ho la scoliosi. Seppur ho passato anni ed anni a nuoto.
Bisognerebbe incitare i propri figli e nipoti a sviluppare le proprie qualità, a seguire l’istinto, i sogni. Bisognerebbe aiutarli ad accrescere la propria autostima invece di sgretolarla. Ed a pensarci oggi, era così evidente il mio disagio infantile ed adolescenziale. C’erano tante piccole avvisaglie. C’erano così tanti motivi. Con il corpo, con i disegni, con i miei stati d’animo io dicevo: “basta! Risolviamo questi problemi. Ascoltatemi. Amatemi” E sarebbe stato così facile leggere le mia urla mute di dolore, le mie richieste, i miei bisogni. Sarebbe stato facile comprenderli e poi affrontare la situazione. Come hanno fatto a non accorgersene. Hanno solo chiuso gli occhi deliberatamente. E’ stata una scelta anche se incosciente. Non si può chiedere ad un bambino o un adolescente: “perché sei nervoso, perché sei infelice, perché sei ribelle e arrogante”. Bisognerebbe lasciare le spiegazioni e le domande agli adulti visto che a quella età non si hanno le risposte, non si è a tal punto padroni delle parole per spiegare i concetti interiori, le emozioni. Si soffre e non si riesce ad esprimere il dolore in parole concrete, sensate. Soprattutto ai propri carnefici, soprattutto ai propri idoli. Hanno preferito tapparsi gli occhi. Probabilmente solo per non mettersi in discussione, per non affrontare le proprie paure e fantasmi. E’ dura farlo. Per tutti. Perciò è un atteggiamento sicuramente comprensibile ma non giustificabile. A pensarci ora mi pervade un senso di tristezza e di tenerezza per la piccola Monica. Allora invece c’era in me una rabbia cupa, odio, senso di impotenza, dolore sordo, intenso, costante. Era difficile. Non ero spensierata. Devo essere grata alla mia fortuna, alla mia forza, all’arte, al mio interessamento per la psicologia, alla mia capacità di autoanalisi. Solo per questo oggi sono quello che sono. E ne sono orgogliosa. Io ho voluto spezzare la catena. E credo di avercela fatta. O quasi. Perlomeno ci provo, mi sforzo. Ma questa è un’altra storia.
Sorseggio la mia tisana. Mi affetto uno spicchio d’ananas. Dolcissima. Rinfrescante.
- ciao, che fai? -
- cerco un contenitore per spurgare le vongole -
- vongole? uhhh. Che bravo il maritino! Hai acquistato le vongole? Buoneeeee -
- eh si. Ci facciamo gli spaghetti alle vongole stasera. Ma non riesco a trovare un contenitore. Devono spurgare per due ore e se cominciavano già da ora era tanto di guadagnato. -
- umh. Mi ricordo di uno di quei contenitori verdi con il tappo a chiusura ermetica... -
- Cerco proprio quello. -
- era sotto il bancone. Cerca un po’ !?! -
- ma già c’ho cercato lì... -
- ricerca. Daiii. Sono sicura di averlo visto lì. -
- aspetta -
- si -
Intanto sorseggio la tisana quasi finita e ormai fredda. Quasi quasi accendo il condizionatore per riscaldare un po’ l’aria. Il termostato indica 18° e 2. La temperatura è alta. Eppure sento freddo. Sarà la bronchite, gli antibiotici. Sarà la mancanza di sole. O forse il maglione troppo leggero.
- l’ho trovato! Era sotto il bancone come dicevi eppure prima non l’avevo visto -
- bravo. Cosa faresti senza di me... ahahah -
- già. ora però ho da fare -
- ok, a dopo -
Accendo la tv sul canale MTV che mi tiene compagnia con i video musicali ed intanto gioco al pc.
www.monicapezzoli.it
giovedì 29 maggio 2008
martedì 27 maggio 2008
da leggere:
"cacciatore di aquiloni"
"mille splendidi soli"
due romanzi romantici, interiori, commoventi che raccontano l'Afghanistan.
"mille splendidi soli"
due romanzi romantici, interiori, commoventi che raccontano l'Afghanistan.
il primo con la visione al maschile, il secondo al femminile. stile semplice e scorrevole.
Un Afghanistan da circa trent’anni fa ad oggi. Kabul. Noi occidentali forse conosciamo quei luoghi solo per le immagini televisive trasmesse in occasione della guerra. Immagini di devastazioni. Luci siluranti nella notte. Orribili boati. Distruzione. Macerie. Restrizioni estremiste del Regime Talebano. Ma poi in fondo neanche questa versione è a noi ben nota. Tra le righe si legge un Afghanistan familiare, intimo, quotidiano. Più vicino a noi, più comprensibile anche se di cultura e religione apparentemente ed infinitamente distanti dalle nostre. Del resto sono storie di vita di persone. E le persone, seppur afghane o italiane, sono pur sempre persone.
Ve li consiglio.
I RACCONTI DI PEZ: Tutti al mare
Ore 20;30. Ale è bloccato nel traffico su via Appia. Con il week-end lungo di fine Aprile vanno tutti fuori Roma. Come pecore facciamo tutti le stesse cose. Tutti in partenza. E d’estate il sabato e la domenica tutti al mare. Ci si mette almeno un’ora a trovare il parcheggio sul lungomare. Un parcheggio comunque senza ombra anche in pieno agosto che già ti fa pensare a quanto soffrirai nel rincasare guidando un’auto bollente. È lì che quasi mi sento svenire e solitamente mi accascio sul sedile inerme sognando la montagna. Sulla spiaggia non c’è un metro quadro libero per stendere il proprio asciugamano. E si ritrova il caos cittadino con la gente che urla, i soliti cafoni, i bambini che giocano con la palla e ti riempiono di sabbia, il caldo, i soliti fissati egocentrici con la pelle già color biscotto bruciato da maggio, le insicure ragazze anoressiche che pensano di essere ciccione e vorrebbero essere invisibili come invisibili si sentono a livello psicologico ed emozionale. Soffri steso al sole? Non importa. Devi assolutamente essere abbronzato. Perché se in estate non sei nero non sei “IN” ma “OUT”. E non importa se il buco dell’ozono fa sì che i raggi del sole non sono più filtrati. Non importa se con una bella abbronzatura rischi il cancro della pelle. Tanto finché non accade non è vero. Se accade “povero me come sono sfortunato!”. Devi essere perfetto fisicamente, soprattutto in spiaggia dove non ci sono trucchi. E allora in primavera scattano le diete forzate, lo sport forzato dell’ultimo minuto. Come se il piacere agli altri fosse solo un fatto visivo. La chimica ve la siete dimenticata? Ma oggi il mondo va così. Va di moda il ritocchino fatto dal chirurgo o al centro estetico. Poi se non sappiamo una parola d’inglese chissene frega. Sei accaldato e vuoi fare il bagno? Ti aspetta un’acqua torbida, inquinata, schiumosa, piena di rifiuti. A poca distanza puoi vedere gli scarichi delle fogne di Roma. Ma le famiglie ci portano i figli a giocare vicino lo scarico. Assurdo. È tutto così superficiale, falso, provinciale. È tutto sempre uguale a se stesso. Demoralizzante. Beata ignoranza. L’unico lato piacevole sarebbe gustarsi una birra fresca all’ombra seduti al tavolino di un chiosco ed osservare gli altri. Ma il prezzo da pagare è per me troppo alto. E figuriamoci per Ale che manca di pazienza e tolleranza. No. noi non ci andiamo più al mare nel week-end. Soprattutto al mare vicino la città. E se ci andiamo si dorme lì per evitare traffico e parcheggio selvaggio. Ma ancora più importante: non passiamo la giornata a cuocere la nostra pelle. E andiamo dove fare il bagno non da la sensazione di tuffarsi in una melma. A me piace sguazzare nell’acqua. A mio parere andare in spiaggia e non poter fare il bagno in mare è come camminare a piedi nudi sui vetri rotti. Sotto il sole soffro. Smanio. Sento caldo. Mi si abbassa la pressione. Mi annoio. Non riesco a leggere per il caldo. Resisto solo all’ombra, in acqua o se passeggio. La morale della favola è che non mi abbronzo mai.
Mi ricordo ai tempi dell’asilo e delle prime classi alle elementari.
- la bambina deve fare più mare possibile. Lo iodio fa bene. E poi deve camminare sulla sabbia a piedi nudi. -
Ma non eravamo ricchi. Le vacanze vere duravano poco. E allora dalla fine della scuola si cominciava con un tram tram per me devastante. Dalla sera prima nonna preparava il pranzo del giorno dopo. La mattina molto presto la sveglia e la colazione. E già mi chiedevo perché dovessimo svegliarci così presto in vacanza. Io che adoravo poltrire a letto.
- metti il costume sotto il vestito così non dobbiamo prendere la cabina -
- no ti prego, prendiamo la cabina -
- no oggi No. eddai quante storie. Non sei contenta? Andiamo al mare -
Contenta proprio non ero perché già immaginavo il tour de force che m’aspettava.
La cabina poteva essere un rifugio all’ombra. Perlomeno per pranzo o in fase digestiva. Perché noi non potevamo permetterci di pranzare alla tavola calda dello stabilimento. E forse non potevamo permetterci nemmeno la cabina. Chissà.
Mia nonna non guidava l’auto. Partivamo presto, piene di bagagli. Avevamo gli asciugamani, forse il cambio di vestiti, creme, bottiglie d’acqua, la pesante borsa-frigo, qualche gioco. Il tragitto era infinito. A piedi fino alla metropolitana. La linea A fino alla stazione Termini poi il cambio metro. La linea B fino alla stazione della Magliana. Poi il trenino per Ostia. Poi per non aspettare all’infinito il bus già stracolmo di gente ci avviavamo a piedi sotto il sole cocente fino allo stabilimento balneare delle Poste. Prima tortura. Prima fatica.
- prendiamo l’ombrellone nonna? –
Ero già esausta. Ed era solo l’inizio.
- No. a che ci serve l’ombrellone? Dobbiamo prendere il sole -
- ma io voglio stare all’ombra -
- e che pappamolle sei? Dai che staremo benissimo al sole -
niente ombrellone. Niente lettino. Niente tavola calda. Era festa se avevamo la cabina privata. Extra solo il ghiacciolo. Il “Calippo” o il “Fiordifragola”. Sistemavamo l’asciugamano sulla sabbia. Non so perché mai vicino al bagno-asciuga dove senti un po’ di frescura dal mare. No. sarebbe stato troppo piacevole. E forse quello spazio era esclusivo degli ombrelloni. Noi eravamo dove la sabbia ustiona. Dove l’unico ristoro era immergersi nella piscinetta per bimbi. Che in realtà sembrava più una fontana. E lì giocavo. Mi divertivo. Ma avvertivo costante un senso di giramento di testa. Troppo caldo, troppo sole. Mi bruciavo spesso la schiena, le spalle. Ho ancora i segni. Chiazze marroni sparse da scottatura. Ora di pranzo.
- Cambiati il costume -
- qui davanti a tutti? -
- ti copro io con l’asciugamano. Non ti guarda nessuno. E che sei timida? -
Si ero timida. Molto.
- ma mi vergogno -
- e su, di che ti vergogni poi!?! Come se tutti non aspettano altro che guardare te! -
non potevo neanche pensare che qualcuno mi notasse anche per un solo istante. Che tortura. La seconda tortura della giornata, seconda fatica. Nonna mi costrinse ad asciugarmi sdraiata al sole senza costume. Avrò avuto forse 7 anni. Non so. Ero pudica. Ero timida. Ero alta per la mia età. Troppo alta. Stare lì sdraiata, nuda, era proprio una tortura psicologica. Era troppo per la mia autostima. Ma mia nonna aveva il vecchio concetto che i bambini non sono piccoli adulti. I bambini non vanno ascoltati e capiti. Ero umiliata.
Mi vergognavo anche del nostro porta-pranzo. Da bimba ero principessina. Quel nostro fare da classe operaia mi spezzava l’anima. Era un istinto innato. Nonna tirava fuori la tovaglietta, i piatti, le posate, i bicchieri, i tovaglioli, le pietanze. E quell’odore poi, concentrato, tipico del cibo cotto e chiuso ermeticamente. Aprivi la borsa e ti inondava le narici con prepotenza. Nauseante. Peperoni ripieni di carne o frittata di patate. Fettine fritte panate o polpette fritte. Oppure pomodori rossi gonfi di riso con contorno di patate al forno un po’ troppo umide e sfatte dal caldo con un troppo deciso e fastidioso sapore di cipolla.
- Mangia a nonna -
Tutto buonissimo ma poi ti era vietato fare il bagno per tutto il pomeriggio. Caspita. Non potevamo mangiare dei modici e leggeri panini? Una fresca insalata? Una macedonia di frutta? Come era faticosa la digestione sotto il sole.
- posso fare il bagno? -
- ancora no -
- ora? -
- No. potrai alle 16;30. non prima. -
- che ore sono? -
- è presto –
- ma fa caldo... -
Gli altri bambini erano tutti in acqua già da ore. Ma loro probabilmente non avevano la borsa porta-pranzo. Altra tortura. Altra fatica.
- posso andare all’ombra? -
- no sennò col fresco non digerisci. -
Mia nonna a differenza mia era come le lucertole. Lei poteva stare sdraiata al sole per ore. Senza un minimo di sforzo, di sofferenza. Mi ricordo che sudava, sudava, si riempiva di crema e sudava. Ma lei stava lì. Verso le 17 credo si doveva tornare. Io ero già distrutta. Consumata. Il sale addosso, la pressione bassa, la digestione lenta, i bagagli pesanti che sembravano macigni, il sonno. Mia nonna No. fresca come una rosa anche se accaldata.
- la doccia si fa a casa -
- nonna non ce la faccio -
- e su. Sei giovane. Dai non fare i capricci. -
- mi gira la testa -
- che vuoi che sia un po’ di sole, di mare. Sbrigati che si fa tardi. -
Ricomincia il tram tram del ritorno. Con ancora i capelli umidi se non bagnati. I brividi di freddo per l’effetto post-sole. Ma si doveva pur tornare. E con i mezzi pubblici. Quarta tortura. Quarta fatica. A casa mi sentivo così sfatta che neanche volevo lavarmi. La pelle bruciacchiata pizzicava. Anche al solo contatto delle lenzuola. Sentivo addosso l’effetto “febbre” e crollavo dal sonno con la orribile consapevolezza che la mattina dopo tutto sarebbe ricominciato esattamente come il giorno precedente.
Le torture dei martiri, le fatiche di Ercole.
Mi ricordo ai tempi dell’asilo e delle prime classi alle elementari.
- la bambina deve fare più mare possibile. Lo iodio fa bene. E poi deve camminare sulla sabbia a piedi nudi. -
Ma non eravamo ricchi. Le vacanze vere duravano poco. E allora dalla fine della scuola si cominciava con un tram tram per me devastante. Dalla sera prima nonna preparava il pranzo del giorno dopo. La mattina molto presto la sveglia e la colazione. E già mi chiedevo perché dovessimo svegliarci così presto in vacanza. Io che adoravo poltrire a letto.
- metti il costume sotto il vestito così non dobbiamo prendere la cabina -
- no ti prego, prendiamo la cabina -
- no oggi No. eddai quante storie. Non sei contenta? Andiamo al mare -
Contenta proprio non ero perché già immaginavo il tour de force che m’aspettava.
La cabina poteva essere un rifugio all’ombra. Perlomeno per pranzo o in fase digestiva. Perché noi non potevamo permetterci di pranzare alla tavola calda dello stabilimento. E forse non potevamo permetterci nemmeno la cabina. Chissà.
Mia nonna non guidava l’auto. Partivamo presto, piene di bagagli. Avevamo gli asciugamani, forse il cambio di vestiti, creme, bottiglie d’acqua, la pesante borsa-frigo, qualche gioco. Il tragitto era infinito. A piedi fino alla metropolitana. La linea A fino alla stazione Termini poi il cambio metro. La linea B fino alla stazione della Magliana. Poi il trenino per Ostia. Poi per non aspettare all’infinito il bus già stracolmo di gente ci avviavamo a piedi sotto il sole cocente fino allo stabilimento balneare delle Poste. Prima tortura. Prima fatica.
- prendiamo l’ombrellone nonna? –
Ero già esausta. Ed era solo l’inizio.
- No. a che ci serve l’ombrellone? Dobbiamo prendere il sole -
- ma io voglio stare all’ombra -
- e che pappamolle sei? Dai che staremo benissimo al sole -
niente ombrellone. Niente lettino. Niente tavola calda. Era festa se avevamo la cabina privata. Extra solo il ghiacciolo. Il “Calippo” o il “Fiordifragola”. Sistemavamo l’asciugamano sulla sabbia. Non so perché mai vicino al bagno-asciuga dove senti un po’ di frescura dal mare. No. sarebbe stato troppo piacevole. E forse quello spazio era esclusivo degli ombrelloni. Noi eravamo dove la sabbia ustiona. Dove l’unico ristoro era immergersi nella piscinetta per bimbi. Che in realtà sembrava più una fontana. E lì giocavo. Mi divertivo. Ma avvertivo costante un senso di giramento di testa. Troppo caldo, troppo sole. Mi bruciavo spesso la schiena, le spalle. Ho ancora i segni. Chiazze marroni sparse da scottatura. Ora di pranzo.
- Cambiati il costume -
- qui davanti a tutti? -
- ti copro io con l’asciugamano. Non ti guarda nessuno. E che sei timida? -
Si ero timida. Molto.
- ma mi vergogno -
- e su, di che ti vergogni poi!?! Come se tutti non aspettano altro che guardare te! -
non potevo neanche pensare che qualcuno mi notasse anche per un solo istante. Che tortura. La seconda tortura della giornata, seconda fatica. Nonna mi costrinse ad asciugarmi sdraiata al sole senza costume. Avrò avuto forse 7 anni. Non so. Ero pudica. Ero timida. Ero alta per la mia età. Troppo alta. Stare lì sdraiata, nuda, era proprio una tortura psicologica. Era troppo per la mia autostima. Ma mia nonna aveva il vecchio concetto che i bambini non sono piccoli adulti. I bambini non vanno ascoltati e capiti. Ero umiliata.
Mi vergognavo anche del nostro porta-pranzo. Da bimba ero principessina. Quel nostro fare da classe operaia mi spezzava l’anima. Era un istinto innato. Nonna tirava fuori la tovaglietta, i piatti, le posate, i bicchieri, i tovaglioli, le pietanze. E quell’odore poi, concentrato, tipico del cibo cotto e chiuso ermeticamente. Aprivi la borsa e ti inondava le narici con prepotenza. Nauseante. Peperoni ripieni di carne o frittata di patate. Fettine fritte panate o polpette fritte. Oppure pomodori rossi gonfi di riso con contorno di patate al forno un po’ troppo umide e sfatte dal caldo con un troppo deciso e fastidioso sapore di cipolla.
- Mangia a nonna -
Tutto buonissimo ma poi ti era vietato fare il bagno per tutto il pomeriggio. Caspita. Non potevamo mangiare dei modici e leggeri panini? Una fresca insalata? Una macedonia di frutta? Come era faticosa la digestione sotto il sole.
- posso fare il bagno? -
- ancora no -
- ora? -
- No. potrai alle 16;30. non prima. -
- che ore sono? -
- è presto –
- ma fa caldo... -
Gli altri bambini erano tutti in acqua già da ore. Ma loro probabilmente non avevano la borsa porta-pranzo. Altra tortura. Altra fatica.
- posso andare all’ombra? -
- no sennò col fresco non digerisci. -
Mia nonna a differenza mia era come le lucertole. Lei poteva stare sdraiata al sole per ore. Senza un minimo di sforzo, di sofferenza. Mi ricordo che sudava, sudava, si riempiva di crema e sudava. Ma lei stava lì. Verso le 17 credo si doveva tornare. Io ero già distrutta. Consumata. Il sale addosso, la pressione bassa, la digestione lenta, i bagagli pesanti che sembravano macigni, il sonno. Mia nonna No. fresca come una rosa anche se accaldata.
- la doccia si fa a casa -
- nonna non ce la faccio -
- e su. Sei giovane. Dai non fare i capricci. -
- mi gira la testa -
- che vuoi che sia un po’ di sole, di mare. Sbrigati che si fa tardi. -
Ricomincia il tram tram del ritorno. Con ancora i capelli umidi se non bagnati. I brividi di freddo per l’effetto post-sole. Ma si doveva pur tornare. E con i mezzi pubblici. Quarta tortura. Quarta fatica. A casa mi sentivo così sfatta che neanche volevo lavarmi. La pelle bruciacchiata pizzicava. Anche al solo contatto delle lenzuola. Sentivo addosso l’effetto “febbre” e crollavo dal sonno con la orribile consapevolezza che la mattina dopo tutto sarebbe ricominciato esattamente come il giorno precedente.
Le torture dei martiri, le fatiche di Ercole.
martedì 13 maggio 2008
I RACCONTI DI PEZ: novembre 2006 - All'inizio fu un sogno premonitore
novembre 2006.
Mi sveglio quasi infastidita. Preoccupata forse. Un grande punto interrogativo è comparso sulla mia testa. Mi perseguita. C’era una logica nel sogno che avevo fatto. Lo so. Ne sono certa. Deve esserci. Ma non riuscivo a comprendere quale. Mi sciacquo il viso. Ci penso. Non ho tempo per scrivere ed i vari dettagli del sogno potrebbero perdersi nei meandri della mente. Potrebbero essere fondamentali. Potrei dimenticarli e non voglio. Così per prima cosa devo ripercorrere il sogno, raccontarlo, ripensarlo. Mentre mi preparo. Ci penso. Faccio colazione. Ci penso. Siamo in bagno. Lo racconto ad Ale. Ci penso. Ma non riesco proprio a carpirne il senso, la morale. È stato un sogno troppo intenso, troppo reale. Deve esserci un nesso logico. Una premonizione. Siamo all’interno della “Sacrada Familia”. Io ed Ale. Siamo in alto. Molto in alto. Stiamo salendo. Le scale sono tortuose, ripide, a chiocciola. In muratura ocra opaca. O tufo. O forse del materiale reale della Cattedrale. Salgono in un tunnel stretto ed a volte hanno passaggi all’esterno. A strapiombo. Nel vuoto. Senza balaustra, senza ringhiere. In bilico. Proprio in uno di questi passaggi pericolosi vedo i gradini sgretolarsi davanti a me, sotto i miei passi, si stanno distruggendo. Ma non ho paura. Ale è davanti a me di massimo dieci gradini. Si sgretolano. Ale si volta verso di me e mi porge la mano per aiutarmi. Gli dico di non preoccuparsi perché sono in grado di superare l’ostacolo. Ce la faccio. Lo so. Ci affacciamo mentre saliamo, mentre tutto si sgretola in polvere. Sotto, all’esterno, c’è Marcello. Ci guarda dal basso. Mi sembra strano che sia lì. In un mio sogno. Sotto la Sacrada Familia. Che ci fa lì?
- Guarda Ale, c’è tuo babbo! –
Perché c’è? Saliamo. E saliamo.
Beeeeeep beeeeeep beeeeeep.
È ora di svegliarsi. Mi ritrovo nel letto con uno strano sapore in bocca. Con la sensazione dei gradini che si sgretolano in polvere, in sabbia sotto i miei piedi. Con l’immagine di Marcello. Con i miei perché. Mi sveglio quasi infastidita. Preoccupata forse. Un grande punto interrogativo è comparso sulla mia testa. E per ora non ho risposte.
Mi sveglio quasi infastidita. Preoccupata forse. Un grande punto interrogativo è comparso sulla mia testa. Mi perseguita. C’era una logica nel sogno che avevo fatto. Lo so. Ne sono certa. Deve esserci. Ma non riuscivo a comprendere quale. Mi sciacquo il viso. Ci penso. Non ho tempo per scrivere ed i vari dettagli del sogno potrebbero perdersi nei meandri della mente. Potrebbero essere fondamentali. Potrei dimenticarli e non voglio. Così per prima cosa devo ripercorrere il sogno, raccontarlo, ripensarlo. Mentre mi preparo. Ci penso. Faccio colazione. Ci penso. Siamo in bagno. Lo racconto ad Ale. Ci penso. Ma non riesco proprio a carpirne il senso, la morale. È stato un sogno troppo intenso, troppo reale. Deve esserci un nesso logico. Una premonizione. Siamo all’interno della “Sacrada Familia”. Io ed Ale. Siamo in alto. Molto in alto. Stiamo salendo. Le scale sono tortuose, ripide, a chiocciola. In muratura ocra opaca. O tufo. O forse del materiale reale della Cattedrale. Salgono in un tunnel stretto ed a volte hanno passaggi all’esterno. A strapiombo. Nel vuoto. Senza balaustra, senza ringhiere. In bilico. Proprio in uno di questi passaggi pericolosi vedo i gradini sgretolarsi davanti a me, sotto i miei passi, si stanno distruggendo. Ma non ho paura. Ale è davanti a me di massimo dieci gradini. Si sgretolano. Ale si volta verso di me e mi porge la mano per aiutarmi. Gli dico di non preoccuparsi perché sono in grado di superare l’ostacolo. Ce la faccio. Lo so. Ci affacciamo mentre saliamo, mentre tutto si sgretola in polvere. Sotto, all’esterno, c’è Marcello. Ci guarda dal basso. Mi sembra strano che sia lì. In un mio sogno. Sotto la Sacrada Familia. Che ci fa lì?
- Guarda Ale, c’è tuo babbo! –
Perché c’è? Saliamo. E saliamo.
Beeeeeep beeeeeep beeeeeep.
È ora di svegliarsi. Mi ritrovo nel letto con uno strano sapore in bocca. Con la sensazione dei gradini che si sgretolano in polvere, in sabbia sotto i miei piedi. Con l’immagine di Marcello. Con i miei perché. Mi sveglio quasi infastidita. Preoccupata forse. Un grande punto interrogativo è comparso sulla mia testa. E per ora non ho risposte.
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